“Io Non Sono Nessuno”

Storia di un uomo e del suo lavoro

Ogni giorno, migliaia di lavoratori portano sulle spalle il peso della fatica, delle responsabilità e dei sacrifici silenziosi. “Io Non Sono Nessuno” è la storia di Giuseppe, un uomo che ci invita a una profonda riflessione sul lavoro e sull’identità personale, tra sogni, ricordi e piccoli gesti che definiscono chi siamo.

Tra regali inattesi e la consapevolezza della propria mortalità, Giuseppe ci mostra quanto la dignità e il valore di un lavoratore non siano sempre riconosciuti, ma risiedano nell’impegno quotidiano e nella capacità di affrontare le sfide, anche quando sembra di essere invisibili agli occhi del mondo.

Io non sono nessuno.

Sono il peso del materiale che porto sulla schiena, che più aumenta più io divento grande, per lui.
Sono le sigarette che fumo per non pensarci.
Sono i metri in altezza che riesco a salire senza andare giù.
Io non sono, io faccio.

Lui, lu patrunu.

“Io decido. Io pago. Io comando.”
Tacca lu ciucciu addu ole lu patrunu.
Scusate,
“Lega l’asino dove vuole il padrone”: io, non sono nessuno.

Sono quanti soldi “caccia”.
Sono quanto lo faccio incazzare.
Sono quanto lui sa più di me.
Sono quanto non valgo.
Ah no, così non funziona.
Il lavoro allora chi lo porta avanti?

Sono Giuseppe, e poi sono un lavoratore.
Sono Giuseppe e ho dei sogni.
Sono Giuseppe e ho una famiglia e “ci nu fatia nu mangia”.
Sono Giuseppe e mi piace andare al mare quando finisco di lavorare.
Sono Giuseppe e mi commuovo quando vedo mia figlia che cresce.
Sono Giuseppe.

20 Maggio 1970. Mi ha fatto un regalo.
Mi ha regalato un casco.

“Ehi T…Giuseppe”.
Me l’ha dato in mano dicendo “tienilu ma nu serve”.
Sono rimasto lì a fissarlo.
Perché farmi un regalo se non serve?
Fissavo il casco, si chiama Giuseppe? Ah no, quello sono io.

“La salute è un diritto dell’individuo”.
Ah davvero?
“L’infortunio non è fatalità o errore umano”.
Ah davvero?
Va be, “ma nu serve”.
L’ho poggiato lì, lì non da fastidio.
Ora posso salire sul ponteggio e mostrargli che non sono solo “mena, sbrigati”, ma sono anche capace.

Io ero Giuseppe ed ero un lavoratore.
Oggi non sono più nulla, per davvero.
Oggi sono un ricordo ed il senso di quel regalo.
Non è stato errore, non è stata fatalità.
È stato un attimo.
È stata una scelta.
È stata ignoranza, perché ho ignorato.

Io sono un uomo.
E non sono l’unico.

Arianna Corvaglia

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